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La Cappella del Porto e Riporto

Dietro l’Abside sinistra della Basilica di S. Francesco era stata costruita, tra la fine del sec. XIII e gli inizi del XIV dalla famiglia Sclafani, una cappella con ricordi di ascendenza normanna nell’absidiola e sveva nelle robuste crociere che sostengono la copertura delle due volte antistanti. Come i Chiaramonte avevano contribuito alla costruzione della Basilica, così gli Sclafani, per quella emulazione che la tradizione ricorda tra queste due famiglie, costruirono la sagrestia per la Basilica, che però vollero che fosse anche luogo di sepoltura per la propria famiglia. Ancora oggi, anche se sfigurata da un restauro troppo audace compiuto nel 1906, l’antica sagrestia-cappella funeraria presenta un’edicoletta chiusa con archetti tribolati che ha iscritto nella cornice lo stemma degli Sclafani: due gru affrontate. E in questa cappella voleva essere sepolto Matteo Sclafani quando dettava il suo testamento il 6 agosto 1333. Ma già allora la cappella era dedicata al nuovo santo francescano, S. Ludovico D’Angiò, vescovo di Tolosa, canonizzato nel 1317 da Giovanni XXII ed era il luogo preferito in cui si raccoglieva in preghiera “il portinaio di S. Francesco” il B. Gerardo da Valenza, vissuto a Palermo in questo convento e qui morto il 29 dicembre 1342.
La cappella degli Sclafani continuò a funzionare come sagrestia della Basilica e come cappella funeraria per i secoli XV e XVI, ma contemporaneamente, non sappiamo quando, per un abbaglio storico, confondendo il francescano S. Ludovico d’Angiò, vescovo di Tolosa, con S. Ludovico IX, re di Francia, terziario francescano, i fratelli del Terzo Ordine ebbero come sede questa cappella, sicché in alcuni atti notarili viene ricordata come “cappella delli terziari di S. Francesco”.
Probabilmente durante i secoli XV-XVI la famiglia Sclafani si disinteressò dell’antica cappella e il convento di S. Francesco il 7 luglio del 1582 concedette a D. Giuseppe Agamennone Castelnovo “la intera secretia” per farne la cappella di S. Rocco, escluse dalla concessione però un tratto della prima campata, che doveva essere sacrificato per “L’ampliattione et accriximento de lo novo claustro che al presente si sta facendo”, “quali secrestia di hogi innanti non sia più sacrestia di detto convento, ma si haia ad provedere di altra sacristia et detta sacristia sopra concessa sia perpetua cappella”.
Così rimase durante il sec. XVII. Ma, cosa curiosa, i Terziari francescani conservavano il loro diritti nella cappella. Il 20 dicembre del 1651 stipulavano un accordo con il convento con cui essi cedevano un censo di una onza al convento e questi si obbligava alla loro assistenza spirituale in caso di morte. Nell’intestazione dell’atto è detto che questi Terziari avevano sede “intus cappellam seu oratorium Sancti Lugdovici intus claustrum dicti conventus”.
Quando tra il 1760 e il 1770 i Terziari, col consenso del convento concessero alla Congregazione del Porto e Riporto la ex sagrestia, poi diventata cappella di S. Ludovico, quindi del Terzo Ordine e infine di S. Rocco.
I lavori di restauro del prospetto (1872-1879) e i lavori di decorazione, che si susseguirono tra il 1889 e il 1906 nella Basilica, spinsero i confrati tra il 1903 e il 1906 a tentare anche il restauro dell’antica cappella. Non sappiamo chi ha diretto i lavori. Certamente i risultati sono stati ispirati al peggiore gusto romanico che si rifà a Viollet Le Duc. I robusti costoloni delle crociere che ripetono la forza e la vitalità di simili impianti svevi del Castello Ursino di Catania o di Castel Maniace di Siracusa vennero coperti con malta cementizia per ripetere sagome mai adoperate nel sec. XIII in Sicilia, perdendo così quella semplicità e quella povertà francescana che li aveva voluti. Così è ancora oggi nell’attesa che una mano sapiente sappia scrostare gli inutili aggeggi romantici appiccicaticci per farci gustare la bellezza rude e possente dell’antica struttura duecentesca.
Già qualcosa è stata fatta in seguito al bombardamento del primo marzo 1943. Una bomba di grossa portata caduta sul fianco settentrionale della cappella, attraversandone tutta l’area, andò a posarsi nel giardino adiacente al muro meridionale, rimanendo inesplosa. Per riparare i danni causati dalla guerra, nel 1947 si iniziarono i lavori di restauro, affrontati dal confrate Mineo e diretti dall’architetto Francesco Valenti. Questi lavori portarono allo scrostamento dell’abside, alla ricostruzione della prima crociera e al rinvenimento dell’edicoletta tribolata, dove a rilievo è stato individuato lo stemma degli Sclafani.
(tratto da "La Cappella dell'Immacolata nella Basilica di S. Francesco a Palermo" di P. Filippo Rotolo OFMConv.)
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