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Lo Stellario

Le prime notizie sullo “Stellario” dell’Immacolata risalgono al sec. XV. All’origine di questa devozione ci fu probabilmente la meditazione sopra l’Apocalisse (12,1): “Nel cielo apparve poi un segno grandioso: una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e sul capo una corona di dodici stelle”. Alcuni Padri della Chiesa e alcuni scrittori ecclesiastici pensano che tale visione si riferisca all’Immacolata, e che la donna sia la Vergine Maria e le dodici stelle siano i dodici privilegi concessi a lei dalla SS.ma Trinità. E’ totalmente sconosciuto l’autore che tradusse in preghiera e quindi in versi questa interpretazione dell’Apocalisse. Questa forma di devozione Mariana è una lode alla SS.ma Trinità per i dodici privilegi concessi alla Vergine Maria. Formalmente è una “corona” di tre Pater, tre Gloria e dodici Ave, divisi in tre parti formate rispettivamente da 1 Pater, 4 Ave e 1 Gloria. Le quattro Ave sono intercalate da quattro quartine che ricordano i 12 privilegi e terminano con la giaculatoria: “O Concetta Immacolata”, e sono precedute da un indirizzo rivolto ad una delle tre divine Persone. Lo Stellario è una pratica devozionale ancora oggi molto comune, tra i fedeli all’Immacolata concezione di Maria, soprattutto nella Diocesi di Palermo. |
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Il 28 novembre e la novena

Dopo i 12 sabati si giunge al tanto sospirato momento: l'apertura della Cappella Custodiaria di Maria SS. Immacolata. Ogni anno il 28 novembre, ci si ritrova tutti a piazza San domenico per dare il via al tradizionale corteo che vede i fedeli con in mano vistose candele accese ed i confrati con i fiori che saranno deposti ai lati del simulacro che, con tutto il suo splendore percorrerà, per tre volte, le navate della basilica di San Francesco illuminata a festa.
L'avvicinarsi delle torce dona splendore a tutto ciò che lentamente acquista colore, movimento e vita: la processione e il conseguente inizio della novena.Ierofania(manifestazione del sacro) e allo stesso tempo cratofania(manifestazione della forza divina), le torce daranno spazio alle luci, che esalteranno ciò che è bello e buono: Maria Immacolata. le tre chiavi, simbolo di potere e responsabilità, poste su di un elegante cuscino indicano non soltanto l'ingresso in un luogo, ma l'accesso a uno stato a una dimora spirituale. Sembrano attendere con impazienza le persone direttamente interessate: il rettore della basilica di San Francesco (responsabile del simulacro), il sindaco della città di Palermo,un erede G.B. De Leonardi (attualmente è il Sig. Curti Gialdino Barone di Pietralonga) e il parroco della basilica (in quanto custode del simulacro durante il periodo dei festeggiamenti); sono loro, infatti, che dopo aver apposto le firme sul tradizionale libro dei verbali seguono in corteo il confrate cassiere che con plausibile emozione si avvia verso la cappella.
L' apertura dei tre catenacci è soffocata dagli applausi che si susseguono instancabilmente sino a quando, con solenne maestosità, appare il simulacro.
La Salve Regina, preceduta dal "primo tocco" di campana del superiore e il conseguente inginocchiarsi dei confrati, viene recitata fra lacrime trattenute a stento e "caratteristiche" invocazioni. Dal clima che si respira si in tuisce con facilità che è davvero iniziata la festa: i confrati addetti, con cautela eseguono le operazioni necessarie per il montaggio delle aste necessarie allo spostamentodel fercolo e ogni confrate, in un quadro di devota ubbidienza, fa la sua parte con generosità ed encomiabile disponibilità.
Quando, tutto è pronto, si da inizio ai tre giri in una atmosfera difficile da descrivere: la folla si dispone con atteggiamento composto dietro la vara che ogni anno incanta e commuove, mentre i confrati, con i loro volti rossi per lo sforzo, si alternano secondo personali devozioni o relativi "suggerimenti" dei responsabili addetti. Anichi canti mariani si interrompono per dare spazio alla preghiera comunitaria o alla catechesi che ad ogni giro, giungendo in corrispondenza dell'altare maggiore, viene impartita da un conventuale.
In tutto ciò Maria, immagine materna inerente alla vita del cristiano, avendo prima di noi percorso la strada dell'accoglienza e del si, diviene guida e aiuto di tutti i fedeli che con devota emozione partecipano ad un culto che è allo stesso tempo memoriale, implorazione e anelito. Tutto ciò si vive per i tre giri completi della processione effettuati all'interno della basilica. Al termine dopo attente le manovre per per riporre il fercolo nel punto prestabilito la statua risplende all'ombra del grande baldacchino predispoosto dai frati conventuali in prossimità della balaustra dell'altare maggiore. Il superiore, con un colpo di campana, invita nuovamente tutti i fedeli alla recita della Salve Regina e soltanto alla fine, dopo aver fatto "risuonare" le caratteristiche lodi urlate a squarciagola, i giovani confrati si occupano di smontare le aste: tutto, adesso, è pronto per dare inizio alla novena in onore di Maria SS. Immacolata.
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La chiusura della Cappella

Al mattino si celebra “l'offerta della cera”: ogni confrate porta processionalmente all'altare un cero da donare al celebrante; al termine della celebrazione il superiore recita la supplica all'Immacolata e al rientro in confraternita la gestione in carica offre dei doni a tutti i confrati mediante sorteggio.
Nel pomeriggio, invece, si celebra il “Trionfo fervorino” (u' triunfu), chiamato più liturgicamente: “la compieta”, segue la benedizione con il SS. Sacramento e al termine si sale in basilica per “gli ultimi tre giri”.
Alla fine tutto si concluderà con un lungo applauso ed una lenta chiusura del grande telo azzurro.
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I dodici sabati

Una delle forme di devozione più comuni e diffuse sia nel capoluogo come negli altri paesi dell’Isola, è la consacrazione del sabato all’Immacolata, le notizie sull’origine di tale devozione sono scarse. Nella Basilica di S. Francesco la notizia più antica della consacrazione del sabato all’Immacolata risale al 1452. Nel sec. XVII questa devozione si afferma maggiormente. La diffusine della conoscenza dell’Apocalisse e quindi dello “Stellario”, portarono verosimilmente a consacrare dodici sabati all’Immacolata. Ancora oggi la comunità di S. Francesco a Palermo solennizza i dodici sabati che precedono la festa dell’8 dicembre. Nel secondo pomeriggio dopo la recita del rosario e la celebrazione della Santa Messa si snoda per le navate della Chiesa la solenne processione eucaristica, con tutte le realtà laicali della comunità, preceduta dal canto dello Stellario. Dopo la benedizione e il canto mariano i confrati del Porto e Riporto ritornano alla loro cappella per recitare il Magnificat e ricevere la protezione di Maria attraverso la benedizione con la reliquia del suo velo. Cerimonia immutata da secoli, che si ripete ogni anno con le stesse modalità, cosa che ne ha permesso la sopravvivenza e ne ha esaltato il fascino. |
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I Vespri della vigilia

Malgrado siano trascorsi tantissimi anni, le funzioni della solennità dell'8 dicembre si ripetono secondo un cerimoniale imutato e incantevole. Si legge che "ogni anno, fino alla loro soppressione (1767) i Gesuiti la mattina del 7 dicembre si recavano processionalmente a S. Francesco e in onore dell'Immacolata scopavano la chiesa e con gusto squisito di carità portavano da mangiare e altro ai carcerati". Sul far daella sera, invece, con l'arrivo del Senato per l'offerta delle cento onze si dava inizio ai Vespri solenni: dopo aver raggiunto la cappella "Senatoria", le autorità competenti pronunziavano il voto solenne e subito dopo apponevano la firma nel libro rispettivo.
Al presente le cose non sono molto cambiate: alle eleganti carrozze sono subentrate sontuose automobili e agli abiti di gala con grande pompa corrispondono sobri abiti scuri. Ciò che rimane invariata, inoltre,è l'emozione e la solennità. La piazza è iluminata a festa; con volti palesemente impazienti, gestori e decani della confraternita sono artefici di un andirivieni caratteristico e allo stesso tempo eloquente; i frati, con a capo parroco e rettore della basilica, attendono l'Arcivescovo badando che tutto vada per il meglio: malgrado l'evento sia incorniciato da un copione "ben sperimentato", l'agitazione sembra non voler svanire e la serata si presenta sempre più avvincente.
Quando arriva l'Arcivescovo solo i gestori in carica gli vanno incontro e (all'ingresso in basilica si predisporranno in processione, dietro lo stendardo, seguendo le altre confraternite e precedendo il predetto prelato). Le autorità siedono nei posti loro riservati e con un attegiamento di particolare riguardo osservano l'alto prelato che si inginocchia, unitamente al suo segretario e al suo cerimoniere, ai piedi dell'Immacolata che si erge in tutto il suo splendore fra luci e corone di fiori.
Tutto è pronto per l'arivo del Sindaco. Il tocco della campana e lo sfilare dei paramenti più solenni precedono l'inginocchiarsi del primo cittadino che con voce autorevole, e allo stesso tempo colma d'emozione, proclama l'atto di supplica che in modo grave e imponente rompe il silenzio della folla raccolta in preghiera. Il tintinnio delle monete risuona all'interno del tempio e, come sempre, dà il via ad un caloroso applauso e agli inni mariani che festosi si susseguono. Segue la firma nell'apposito registro delle autorità presenti e, dopo la lettura di un brano tratto dalla Parola di Dio, la catechesi tenuta solitamente dal Provinciale o dal rettore della basilica stessa. Il tutto termina con la benedizione solenne impartita dall'Arcivescovo e rimanda a quanto si attende con devota impazienza da un anno: l'8 dicembre, con la sua processione e la sua mistagogia.
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L'8 dicembre

Tutto comincia sin dalle prime ore del mattino, quando diversi rappresentanti delle 112 confraternite cittadine si incontrano sul sagrato della cattedrale per recarsi alla basilica di San Francesco d'Assisi. Ogni confraternita segue una grande croce che apre la processione, rito religioso di significato universale.
Raggiunta la basilica, alle 8,15 si partecipa alla celebrazione eucaristica – presieduta dall'Arcivescovo – prestando una particolare attenzione alla Parola che diviene fonte di ascolto, riflessione e meditazione comunitaria. Al termine della celebrazione, i vari rappresentanti firmano un grande registro “di presenza” per poi recarsi, sempre processionalmente, a piazza San Domenico per il consueto omaggio floreale alla statua dell'Immacolata. Anche questa oppotunità è proprizia per ascoltare la parola del proprio pastore, parola che forte risuona, anche, all'interno della cappella del Porto e Riporto durante la celebrazione eucaristica delle ore 10,00 (solitamente presieduta dal cappellano) rivolta in modo peculiare ai confrati che rendono attuale quanto è scritto dal 1726 nel primo dei capitoli:<<.....la mattina di quel giorno debbano tutti i suddetti fratelli venire a fare ossequio alla suddetta con una pia comunione>>. Nel primo pomeriggio i confrati del Porto e Riporto attendono con ansia l'apertura del portone sito in via Parlamento. Una volta entrati, si tolgono il soprabito per cominciare il “rito della vestizione”. Con delicatezza mettono a posto medaglie e coccarde ben cucite e dopo aver baciato l'effigie dell'Immacolata, cambiano idendità; adesso sono i “confrati”, i “responsabili” della processione. Ci si affolla dinanzi alla porta che immette nella stretta scala sottostante la basilica, e il superiore, aiutato dai quattro commissari d'asta, deve faticare non poco per tramettere una calma ed una serenità poco tangibili dai suoi gesti e dal suo viso. La folla fa da cornice a questo spettacolo. Guarda con fierezza i confrati che fra poco daranno tutto di loro pur di alzare in spalla un simulacro dalle dimensioni non indefferenti.I responsabili d'asta, con cura ammirevole, badano che ognuno si trovi al posto esatto: l'altezza, la capacità e l'esperienza sono elementi indispensabili per una “buona alzata”. Nel frattempo il superiore indossa il guanto, emblema di investitura, per impugnare la campana, ed una volta creato il varco fra la folla si è pronti per “il primo tocco”. Ci si gira tutti con il viso rivolto al simulacro, e al tocco di campana ci si inginocchia per recitare una Salve Regina seguita da invocazioni proclamate a squarciagola. A questo punto tutto è pronto per dare inizio alla processione. I “primi passi” sono sempre quelli più delicati: si deve prestare la massima attenzione per la dismessa dei quattro punti d'appoggio necessari per la posa a terra del simulacro; ci si chiede a vicenda: pieri i rintra o i fuora? (i piedi diretti verso l'interno o l'esterno), per evitare di inciampare e rendere più scorrevola la marcia di per sé gravosa e complicata; si deve “saggiare” l'atezza, per essere certi che è quella giusta, evitando in questo modo sforzi inutili e poco producenti ai fini del “lavoro di squadra”. E' sufficiente percorrere la navata centrale della basilica, giungere alla soglia del grande portone centrale, per dar luogo alla scena che si ripete, immutata, da tempo: una piazza gremita di fedeli, un'infinità di visi commossi, con occhi ricolmi di lacrime, pronte a fuoriuscire insieme al simulacro e ai confrati portatori. Una grande pedana in legno, appositamente frastagliata, fa da ponte naturale fra 'a Marunnuzza e la folla entusiasta. Dopo essersi assicurati della presenza delle massime autorità civili ed ecclesiali cittadine (il sindaco e l'Arcivescovo), il superiore dà il via con il consueto duplice colpo di campana, 'a scinnuta (alla discesa). La discesa è lenta, carica di tensione ed incoraggiamneti reciproci. Il cupo vibrare della pedana sembra sostituirsi al classico rullo di tamburo che solitamente si ode in spettacoli d'acrobazia. Anche la sosta è difficoltosa, sia per la velocità acquisita che per il pavimento della piazza, antico ed altrettanto scivoloso; ma un forte squillo di strumenti a fiato, un sempre più scrosciante applauso e l'impatto dei confrati appositamente sistemati in riga autobloccante, fa intuire che anche questa volta 'a scinnuta arrinisciu (la discesa è ben riuscita). Dopo aver posato 'a vara, tutti i confrati si abbracciano piangendo per la commozione mista a tanta felicità ed un forte suono di campane a festa fa da cornice ad un quadro ricco di tanta religiosa devozione. A questo punto la processione diventa ufficialmente cittadina: l'Arcivescovo infatti dà l'avvio definitivo alla processione dei confrati e dei fedeli. Con la massima attenzione ed affidandosi all'esperienza dei confrati più anziani, tra le mille difficoltà causate dalla massa di popolo che si stringe intorno al simulacro e alle varie insegne pubblicitarie che sonoposte al centro della stretta via Alessandro Paternostro, si arriva in corso Vittorio Emanuele. Soltanto in questo momento si crea il vero corteo della processione. La strada, tutta in salita, immette nell'arteria principale che sembra tagliare da un capo all'altro la parte centrale della città: siamo in via Roma. L'eco lontana delle preghiere che fuoriesce da vecchi altoparlanti posti in alto ai pali della luce, fa intuire che si è vicini alla prima lunga sosta che si fa a piazza San Domenico. Il portone della chiesa, appositamente spalancato, diventa un prezioso punto di riferimento per posizionare il simulacro nel punto più idoneo. Un frate domenicano, fra confuse Ave Maria e canti mariani, accoglie il popolo guidato dal proprio pastore con accanto a sé il sindaco. Dall'alto di una pedana montata per l'occasione, quindi, viene dato un breve ma siginficante saluto ai fedeli che gremiscono la piazza. Il tutto precede uno dei momenti sicuramente più toccanti dell'intera processione: un vigile del fuoco, accompagnato da un interminabile applauso, offre un gigantesco mazzo di fiori alla statua dell'Immacolata posta in cima della colonna della piazza. Egli si assicura che tutto vada secondo il rito tradizionale: con perizia fissa i fiori ai piedi della statuta, con eleganza fa il saluto militare solenne e con tanta devozione lancia una infinità di bigliettini colorati, tutti di eguale misura e con su scritto: “Viva Maria Immacolata!” L'applauso e le sirene si uniscono alle esclamazioni enunciate dal palco. A questo punto si riprende il cammino. Dopo aver percorso lo stesso tratto di via Roma e aver attraversato via Napoli (ove vengono cantate in latino le litanie), ci si immette in via Maqueda per poter giungere ai quattro canti di città. Oltrepassato, quindi, il palazzo arcivescovile, giunge un altro dei momenti più emozionanti dell'intera processione: l'ingresso in cattedrale. Il grande portone solitamente passaggio del clero in occasione di solenni celebrazioni, questa volta è pronto ad accogliere il simulacro della gran Madre di Dio. Anche in questo caso, considerati gli ostacoli e le distanze che devono essere rigorosamente rispettate, tutto deve procedere alla perfezione. E' necessario fare attenzione al marciapiede, alle inferriate laterali, ai gradini e al battente del grande portone, ma come di consueto tutto ciò viene affrontato e superato con arte motoria e dovozionale, peculiarità di ogni confrate. Un caloroso e fervido applauso saluta la Vergine portata in spalla e lo stesso, incorniciato da centinaia di fazzoletti tenuti in aria in segno di saluto, continua per l'intero tragitto che si effettua nella navata centrale. Caratteristica, oltre che dolente, la tradizione che ordinariamente viene mantenuta in loco: malgradi le soste, scandite dal duplice tocco di campana, la vara non viene mai posata se non quando giunge dinanzi l'altare maggiore. La confraternita del Porto e Riporto, in questo modo, ha già assolto metà del suo compito: ha “portato” in cattedrale il simulacro. Dopo l'apposizione delle firme da parte delle autorità civili, ecclesiali e del superiore, i confrati tornano a riunirsi sotto le aste per intraprendere la seconda metà della loro missione: “riportare” l'Immacolata in basilica. E' necessario fare spazio ai lati del simulacro per permettere agli stessi di fare un giro di 180 gradi e ripetere il tragitto poc'anzi effettuato. Anche al ritorno la vara non viene posata se non quando giunge dinanzi al portone. Alcuni confrati fuoriescono in anticipo e si fanno validi “navigatori” di marcia. Uscito il simulacro dalla chiesa ha inizio, dunque, la via del ritorno. I cambi si succedono con maggiore intensità rispetto l'andata. La stanchezza comincia ad affiorare ma senza prevalere sulla volontà di chi si sta impegnando per assolvere il proprio compito. Si giunge infine in piazza San Francesco traboccante di persone e luci per ogni dove. Un forte applauso accoglie la statua al suo arrivo. Viene, dunque recitata a cori alterni la preghiera mariana per eccellenza: il Magnificat. La gente assiste taciturna e composta, aspettando con devota pazienza l'evento culminante dell'intera processione: l'acchianata (la salita). Nel frattempo, la banda musicale si è posizionata ai lati della piazza schierandosi in riga e formando un vero e proprio cordone di protezione ai lati del similacro, già collacato al centro della piazza. Come si è fatto all'uscita, anche adesso alcuni confrati si posizionano all'interno della basilica per “frenare” il similacro in corsa. I superiori comunicano le ultima raccomandazioni sempre utili e preziose in momenti così carichi di tensione. Ci si rimbocca la parte finale dei pantaloni per evitare di inciampare; ci si intreccia le dita sopra l'asta per assicurarsi da un'eventuale caduta personale (e conseguentemente dell'intero gruppo). Tutto è pronto. Il silenzio, sovrano degli ultimi minuti,viene interotto da un duplice squillo di tromba e da un cupo tocco di grancassa: al secondo tocco di campana, con il simulacro sulle spalle tenuto più alto che mai, si comincia a correre all'impazzata urlando reciproche esortazioni. L'applauso della gente si mescola al fosco rumore che fuoriesce dalla pedana in legno. In questi momenti, è necessario correre con le ginocchia molto alte e fissare ad ogni passo il tallone nei solchi della pedana. Un forte impatto con i confrati anticipatamente entrati a tal fine, pone fine al “miracolo” che anche questa volta è stato compiuto. Allo stesso modo della cattedrale, anche in questo caso la vara non viene posata se non quando giunge dinanzi l'altare maggiore. Le invocazioni a Maria si susseguono per tutta la navata centrale, ma spesso le risposte sono soffocate dal deglutire le lacrime di felicità e gioia. Al termine, dopo i consueti e fraterni abbracci, tutti quanti si ingionocchiano ai piedi della statua recitando con fiera voce la Salve Regina. E' necessario, prima di andar via, eseguire le ultime manovre per ben posizionare il simulacro. Alla fine, scorrono le aste e con esse gli abitini dei confrati, subito raggiunti dai familiari orgogliosi ed ancora commossi. Si scende in cappella per riprendere il soprabito, dopo, però aver bevuto insieme ai compagni di via.
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